Con questa espressione, Pasqua di sangue, le popolazioni delle valli confinanti dell’Appennino tra le province di Genova e di Alessandria intendono la Pasqua del 1944, quella del rastrellamento che prese nome dall’ex monastero della Benedicta, all’epoca nel comune alessandrino di Parodi Ligure, ora nel territorio di quella che allora era una sua frazione, il comune di Bosio. Di questo vasto comune (70 chilometri quadrati) fa parte il Monte Tobbio, 1.092 metri di altitudine, monte condiviso con il contiguo comune alessandrino di Voltaggio, che si estende verso est fino a confinare con tre comuni della Valle Scrivia, l’alessandrino Arquata Scrivia e i genovesi Isola del Cantone e Ronco Scrivia. A sud della Benedicta, la frazione bosiese di Capanne di Marcarolo e i comuni genovesi di Campomorone, di Ceranesi e di Campo Ligure.

Il rastrellamento iniziò all’alba del 6 aprile, condotto soprattutto da un contingente tedesco di circa duemila uomini proveniente dal Ponente ligure e diretto verso l’Italia centrale, dove era ancora in corso la battaglia di Montecassino. Il rastrellamento era indirizzato contro i partigiani e i renitenti alla leva del Bando Graziani saliti tra quelle montagne. Nel comando della Benedicta e nei suoi distaccamenti, vi erano i partigiani di una brigata Garibaldi, la Terza Brigata Liguria, e nella vicina Cascina del Roverno, anch’essa nel comune di Bosio, quelli della Brigata Autonoma Alessandria.

Alla Benedicta le operazioni di rastrellamento si conclusero il giorno dopo, venerdì 7 aprile, con il tragico bilancio per i resistenti di novantasette fucilati, a gruppi di quattro, da parte dei bersaglieri repubblichini. Nei paesi circostanti, altri resistenti vennero rastrellati o invitati a costituirsi con la promessa che non avrebbero avuto alcunché da temere. A Voltaggio, tra la mattina e il pomeriggio di venerdì 7 aprile, vennero tradotti i resistenti reduci dalla Benedicta e dal Roverno. Furono interrogati in un’ala del Grand’Hotel, requisito dalle truppe tedesche, e poi condotti nelle celle della locale caserma dei carabinieri. Otto di loro vennero fucilati sotto il cimitero nel pomeriggio di sabato 8 aprile e altri otto nella mattina di martedì 11 aprile, a gruppi di due, sotto il fuoco delle SS. Fra domenica 9 aprile, giorno di Pasqua, e lunedì 10, altri resistenti si costituirono, qualcuno venne ancora rastrellato e poi, in due soluzioni, la maggior parte dei prigionieri concentrati a Voltaggio venne trasferita su camion a Novi Ligure (altri, invece, a Genova, alla Casa dello Studente) da dove, sul treno n. 39 delle deportazioni partito da Genova l’8 aprile, vennero deportati a Mauthausen, dove giunsero nel pomeriggio di domenica 16 aprile 1944.

Vasta è la bibliografia, a cominciare dal classico Vento del Tobbio (nota 1), alla quale riferirci per disporre di un quadro d’insieme del rastrellamento della Benedicta, dei suoi antefatti e delle sue conseguenze. Ciò che appare più interessante, però, è il racconto di chi aveva vissuto quei momenti da protagonista, come vittima o come testimone. Così, a partire dal 1993, iniziò la mia raccolta di testimonianze attraverso interviste, a tu per tu o pubbliche, in serate organizzate appositamente nella scuola dove ho insegnato Storia e Filosofia o in altri contesti, in questo caso proseguite fino ai nostri giorni. Ogni testimonianza ha rilevanza, da un punto di vista storico e umano, indipendentemente dal luogo e dal momento in cui è stata raccolta. Quantomeno in una prima fase, il mio obiettivo è di legare insieme, cronologicamente, le testimonianze partendo dall’8 settembre 1943, anche per arrivare a capire perché un piccolo comune come Voltaggio, allora di poco più di 1.500 residenti, ebbe trentadue deportati, il 2% della popolazione rispetto all’1,5%, in media, degli altri comuni alessandrini del circondario. Se, infatti, all’inizio del percorso l’ascolto di esperienze di vita eccezionali, come quelle di guerra, di resistenza o di deportazione, poteva indurre a ipotizzare “semplicemente” la descrizione di un insieme di personaggi, procedendo nei colloqui si andava delineando la necessità di rispondere a domande precise. Perché un numero di deportati, tutti nati tra il 1921 e il 1925, diverso a Voltaggio, un numero appreso soltanto in occasione del Giorno della Memoria del 2020? (nota 2).

Non sarà possibile ricostruire le vicende umane di tutti i fucilati e deportati di Voltaggio (nota 3), ma nelle storie si potranno cercare tratti comuni che ci permettano di avvicinarci alla comprensione delle dimensioni della tragedia, che ha praticamente annullato un’intera generazione di un piccolo comune montano.

di Giuseppe Benasso

Qui sono consultabili gli elenchi dei fucilati e dei deportati di Voltaggio



nota 1
. Dal nome del monte che, pur non essendo il più alto della zona, è sicuramente il più noto anche perché, spoglio di vegetazione e dalla cima acuta, si staglia all’orizzonte ben visibile fin da Tortona. Cfr. Vento del Tobbio / 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945, COEDIT, ultima edizione 2017, pp. 252, di Alessio Franzone (Arrigo).

nota 2. Comunicato dell’Assessore alla Cultura del Comune di Novi Ligure, Costanzo Cuccuru, nel Giorno della Memoria del 2020.

nota 3. Di seguito l’elenco dei fucilati e dei deportati del comune di Voltaggio, stilato da Giovanni Benasso (1921-2008, sindaco di Voltaggio dal 1995 al 1999) e poi integrato da Giuseppe Benasso, sindaco di Voltaggio dal 2019 al 2024.

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