Sin dal primo momento, la posizione dell’Anpi (come della Cgil, dell’Arci e delle altre associazioni pacifiste) è parsa ambigua: una tiepidissima condanna dell’invasione, molto rituale, non seguita da alcuna indicazione precisa.  Già nella prima manifestazione milanese (nel sabato successivo allo scoppio della guerra) si profilava un comportamento assai ambiguo che rimuoveva la questione specifica annegandola in un genericissimo pacifismo: Ucraina non compariva in nessun cartello e striscione, non c’era alcuna richiesta di ritiro delle truppe russe, gli spezzoni di corteo degli ucraini erano marginalizzati e dispersi ecc. E la nota dominante era quella dello slogan “fuori la guerra dalla Storia” (vast programme monsieur!!!) e non quella più concreta di cacciare i Russi dall’Ucraina. E questo dava già l’impressione di una sostanziale equidistanza fra aggressore ed aggredito. Poco dopo, la Cgil (forse anche a causa delle polemiche sollevate da Cisl e Uil) si andava defilando, per lasciare l’Anpi sola a sostenere quella posizione sempre più difficile.

Ovviamente anche gli ucraini hanno avuto i loro torti verso la popolazione russofona del Donbas o aver disatteso gli accordi di Minsk e la richiesta di adesione alla Nato non aveva migliorato la situazione, ma questo basta a giustificare Putin che ha scatenato la più grave guerra dal 1945 in poi?
La polemica si accendeva subito sulla questione delle armi: era giusto darne agli ucraini che resistevano molto di più del previsto? Di fatto, non darne significava chiedere tacitamente agli ucraini di arrendersi per “salvare la pace”. E qui si pone la prima questione di fondo: il pacifismo implica sempre la non violenza, anzi la non resistenza? Se si, dovremmo condannare, ad esempio, via Rasella scaricando la responsabilità delle Fosse Ardeatine sui partigiani che avevano attaccato gli invasori armi in pugno.
Nelle settimane successive la situazione peggiorava man mano che si manifestava la brutalità russa che sfociava nei massacri dei civili oltre il limite della pulizia etnica; colpisce che l’Anpi non abbia sentito il dovere di organizzare neppure un sit in di protesta sotto l’ambasciata Russa, ma abbia preferito ripiegare su una sorta di neo negazionismo che sembra il pendant di quello che nega i crimini nazisti.

A questo punto il malessere che covava negli ambienti antifascisti in generale e della stessa Anpi è esploso all’aperto. Il sindaco di Sant’Anna di Strazzema definiva imbarazzante la posizione dell’Anpi e la stessa vice presidente dell’associazione chiedeva una svolta radicale che rettificasse la linea dell’associazione. Poi c’è stata anche la presa di posizione del presidente della Fiap, della brigata ebraica ecc,

Il Presidente dell’Anpi Pagliarulo preferiva barricarsi dietro una capziosa argomentazione sulla differenza fra la Resistenza italiana e quella attuale ucraina. Certamente due cose molto diverse fra loro, come diversi sono stati i casi del Vietnam, dell’Algeria, della Palestina, del Kurdistan, dell’Afghanistan eccetera, ma questo non significa che venga meno il dovere, per chi crede nei valori della Resistenza, di assistere chi sia ingiustamente aggredito e lotti per la sua libertà?
Si tratta di una polemica scoppiata ma che ha una sua utilità, aprendo la porta ad una serie di considerazioni che vanno bel al di là del caso specifico, della causa immediata da cui ha preso le mosse che investono nodi politici e teorici molto più generali. Ad esempio, quale è il pensiero della sinistra italiana in materia di politica internazionale? E perché c’è una persistente russofilia incurante del fatto che il regime di Putin non ha nulla di socialista (posto che l’Urss lo fosse) ma ha marcati caratteri para fascisti? Che ordine mondiale vogliamo ricostruire dopo quello appena crollato? Come si vede c’è molto su cui discutere e le polemiche andranno ben al di là di quelle attuali.

di Aldo Giannuli 

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