ROSSI ERNESTO

 

Come il buon calzolaio è quello che fa delle scarpe solide, che non lasciano passare l’acqua, così chi appartiene alla classe dirigente deve cercare di capire le necessità e le possibilità dell’ambiente in cui vive, e tentare di migliorarlo, affermando in tutti i modi quel che ritiene vero. Qualunque cosa capiti poi: perché il successo è il metro di misura solo per chi non ha una sua verità da sostenere.” (dalla lettera alla madre, Regina Coeli, 18 novembre 1930, ora in E. Rossi, Elogio della galera, a cura di Manlio Magini, Bari, Laterza, 1968, p. 12).

Nato a Caserta il 25 agosto 1897, da Antonio piemontese ufficiale dell’esercito e da Elide Verdardi di origine bolognese, Ernesto Rossi visse la fanciullezza e la giovinezza a Firenze dove la famiglia si era trasferita subito dopo la sua nascita.

Volontario nella prima guerra mondiale più per “senso del dovere” che per vera convinzione (si definiva un “non interventista intervenuto”), visse nel dopoguerra un periodo di sbandamento. L’incontro con Gaetano Salvemini, conosciuto nel 1919, lo aiutò a fare chiarezza in se stesso e, per suo tramite, entrò in contatto con Carlo e Nello Rosselli e altri giovani che frequentavano il fiorentino “Circolo di Cultura”.

Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Siena con una tesi su Vilfredo Pareto, tra il 1920 e il1921 lavorò nell’Italia meridionale per l’Associazione nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (ANIMI). Lasciò questo impiego per tornare a Firenze come segretario dell’Associazione degli agricoltori toscani, di cui diresse il settimanale con la speranza di lavorare contro l’alleanza fra fascisti ed agrari.

Dopo l’assassinio Matteotti, fu fra i dirigenti del movimento “Italia Libera”, aderì ad “Alleanza nazionale” di Giovanni Amendola e, con Salvemini, i Rosselli e altri amici pubblicò il primo foglio clandestino “Non Mollare!”. Denunciato dal tipografo Pinzi, nel giugno 1925 si rifugiò a Parigi, ma quattro mesi dopo scelse di tornare in Italia per proseguire la battaglia antifascista dall’interno. Sfuggito alle ricerche della polizia grazie al suo comunissimo cognome, concorse a una cattedra di materie economiche, riuscendo primo fra 53 concorrenti, e scelse come sede Bergamo. Qui insegnò presso l’Istituto tecnico “Vittorio Emanuele II”, dove conobbe Ada Rossi, divenuta poi sua moglie. Entrato in contatto con Riccardo Bauer e il gruppo antifascista milanese, nel 1929 fu tra i fondatori di “Giustizia e Libertà”. A Milano, Rossi si recava frequentemente anche per proseguire gli studi economici presso la biblioteca dell’università “Bocconi”, dove insegnava Luigi Einaudi, con cui strinse presto un’amicizia duratura. In questi anni, compì viaggi avventurosi in Italia e all’estero per trasportare stampa clandestina e stringere contatti fra gli antifascisti.

Nel 1930 fu arrestato con altri dirigenti di “Giustizia e Libertà” per la delazione di Carlo Del Re, una spia al servizio dell’OVRA. Condannato con Riccardo Bauer a venti anni di carcere, ne trascorse nove nei reclusori di Pallanza (dove il 24 ottobre 1931 si sposò con Ada Rossi), Piacenza e Roma. Nel 1939 fu assegnato al confino nell’isola di Ventotene, dove con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni redasse nel 1941 il Manifesto per un’Europa libera e unita.

Nuovamente arrestato poco prima della caduta del regime con Vincenzo Calace e Riccardo Bauer, fu tradotto a “Regina Coeli” in attesa di un nuovo processo che, come poi si seppe, doveva concludersi con tre condanne a morte. Liberato il 30 luglio 1943, poté recarsi a Firenze e poi a Milano, dove nell’agosto, in casa del valdese Mario Alberto Rollier, fu fra i fondatori del Movimento Federalista Europeo, di cui fu eletto segretario con Altiero Spinelli. Nel settembre partecipò a Firenze al primo congresso del costituendo Partito d’Azione.

Dopo l’armistizio si rifugiò in Svizzera per sfuggire all’arresto da parte dei nazi-fascisti e per lanciare, insieme a Spinelli, la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa. Fra il 1944 e il 1945, la sua piccola casa, in rue Chantepoulet 19 a Ginevra, divenne luogo di ritrovo dei rifugiati italiani e centro di diffusione della propaganda federalista e azionista.

Nell’aprile 1945 tornò a Milano come membro della direzione del Partito d’Azione dell’Alta Italia e collaborò al giornale del Pd’A “L’Italia libera”. Nel giugno 1945 fu nominato sottosegretario alla ricostruzione nel ministero Parri e collaborò ai lavori della Consulta. Sempre nel 1945 fu nominato presidente dell’Associazione Rilievo Alienazione Residuati bellici (ARAR) e svolse tale incarico in modo esemplare per circa undici anni sino alla liquidazione dell’azienda, producendo un sostanziale utile per lo Stato e contribuendo alla ripresa dell’economia post-bellica.

Nel 1948, con il lancio del Piano Marshall, riprese insieme a Spinelli l’attività federalista, ma nel 1954, dopo la caduta del trattato della Comunità Europea di Difesa (CED), perse fiducia sulla possibilità di realizzare in tempi brevi la federazione europea e si staccò dal Movimento federalista europeo.

Nel dopoguerra collaborò a diversi quotidiani e settimanali, tra i quali Italia socialista, Il Ponte e, per breve tempo, il Corriere della Sera e la Stampa. Famosissime furono le sue inchieste giornalistiche sulle pagine de Il Mondo di Mario Pannunzio, che si trasformarono in volumi dai titoli graffianti, tra i quali: Settimo: non rubare; Il malgoverno; I padroni del vapore; Aria fritta. Nel 1955 fu tra i fondatori del Partito Radicale, in cui rimase sino al 1962. Dal 1957 al 1960 diresse la collana “Stato e Chiesa” per l’editore Parenti conducendo una battaglia politico-culturale per la democrazia e la laicità contro il clericalismo. Dopo la morte di Salvemini nel 1957, si dedicò all’edizione completa delle opere salveminiane e, nel 1962, fu tra i fondatori del “Movimento Gaetano Salvemini” e del settimanale L’Astrolabio con Ferruccio Parri. Nel 1966 fu insignito dall’Accademia dei Lincei del premio “Francesco Saverio Nitti” per i suoi studi di politica economica e di scienza delle finanze. Interessanti sono anche le sue proposte di riforma sociale contenute nel volume Abolire la miseria.

Si spense a Roma il 9 febbraio 1967.

Antonella Braga

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Per approfondire si vedano i suoi scritti:

“Il manifesto di Ventotene”, Guida, Napoli, 1982; “Una spia del regime: documenti e note a cura di Ernesto Rossi”, Feltrinelli, Milano, 1968; “Padroni del vapore e fascismo”, Laterza, Bari, 1966; “Pagine anticlericali”, Samonà e Savelli, Roma, 1966; “Critica delle costituzioni economiche”, Edizioni di Comunità, Milano, 1965; “I guai della Borsa”, Tip. RSB, Roma, 1961; “Borse e borsaioli”, Laterza, Bari, 1961; “Il monopolio privato sotto accusa”, La Nuova Italia, Firenze, 1960; “Le speranze del Vaticano”, La Nuova Italia, Firenze, 1960; “Una riforma della RAI”, Tip. RSB, Roma, 1959; “I padroni del vapore”, Laterza, Bari, 1955; “Il Malgoverno”, Laterza, Bari, 1955; “Gli stati uniti d’Europa”, Celid, Torino, 2004; “Lo stato industriale”, Laterza, Bari, 1953; “Settimo: non rubare”, Laterza, Bari, 1952; “Critica del capitalismo”, Edizioni di Comunità, Milano, 1948

Si vedano inoltre gli studi su di lui:

“L’eredità di Ernesto Rossi: il fondo della Biblioteca Paolo Baffi”, Banca d’Italia, Roma, 2018; Giuseppe Armani “La forza di non mollare : Ernesto Rossi dalla grande guerra a Giustizia e libertà” con presentazione di Arturo Colombo, Franco Angeli, Milano, 2004; Giuseppe Armani “Ernesto Rossi: Un democratico ribelle : cospirazione antifascista, carcere, confino : scritti e testimonianze” , Kaos, Milano, 2001; “Ernesto Rossi, una utopia concreta” a cura di Piero Ignazi, Edizioni di Comunità, Milano, 1991

 

 

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